Il caminetto

Noi che portavamo i capelli lughi e basette grandi, noi quelli di Tex Willer, noi quelli che il sabato alle cinque, cascasse il mondo, eravamo attaccati alla radio ad ascoltare bandiera gialla, noi quelli dei mondiali di Messico ‘70, noi quelli di Italia-Germania 4 a 3, noi quelli di Nando Martellini: “Avanzano i nostri, si leva alto l’urlo Italia, Italia, Italia”, noi quelli di Prost e di Senna, noi quelli di Merckx e Gimondi, noi quelli della cinquecento truccata, noi che chi arriva per primo…, noi quelli delle rotonde sul mare, noi quelli del fango di Firenze, noi quelli di Nelson Mandela e Salvador Allende, noi che volevamo “la fantasia al potere”, noi che volevamo tutto e subito, noi che riempivamo le piazza in nome della pace, noi che ascoltavamo le canzoni di Bob Dylan Joan Baez e della loro musica ne abbiamo fatto un vessillo, noi che sapevamo sognare, noi che l’illusione era una speranza, noi che delle nostre idee abbiamo fatto una bandiera, no iche abbiamo saputo “bucare il cielo con un dito il cielo dei nostri errori e dei nostri miti”, a quaranta anni di distanza ci troviamo con le escort di Berlusconi e i trans di Marrazzo.


Non seguo con particolare interesse le vicende congressuali del PD. Non riescono proprio ad appassionarmi. Un po’ perché quel progetto politico non mi convince, un po’ perché il vuoto che l’accompagna è davvero desolante.
Il 25 ottobre non mi recherò a nessun gazebo. Non sono né iscritto né elettore di quel partito e se anche lo fossi me ne starei a casa.
Un Congresso fino ad oggi tra le nuvole, senza una indicazione politica chiara, capace di offrire almeno l’idea di una prospettiva per la sinistra italiana, mai così in cattiva salute come oggi.
Un congresso per buona parte giocato sulla contrapposizione fittizia fra il vecchio e il nuovo in cui l’anagrafe prevale sulle idee. Una guerra interna, senza esclusioni di colpi, molti portati anche sotto la cintura.
Così accade paradossalmente che Franceschini attacchi Bersani perché tra i suoi sponsor principali annovera Massimo D’Alema, dimenticando che tra i propri c’è “l’esperto” Franco Marini.
I Colonnelli di entrambi le fazioni si scambiano battute al vetriolo, “dialogano” tra loro scagliando nel campo opposto frecce incendiarie.
Ho abbastanza esperienza politica e di Congressi in particolare per sapere che questo è il frutto della mancanza di orizzonti politici, di obiettivi credibili da perseguire che non siano quelli della sopravvivenza in attesa di tempi migliori.
Insomma “io speriamo che me la cavo”…….
Una occasione dunque mancata quella di questo congresso del PD? In larga misura credo di sì.
Il berlusconismo in quanto cultura politica e prassi di Governo ha subito in queste settimane colpi durissimi.
I distinguo politici continui di Fini, quelli più sibillini, ma ormai chiari di Tremonti, la scompostezza con cui è stata colta la bocciatura del Lodo Alfano, gli attacchi reiterati al Capo dello Stato, il linguaggio truculento e bauscia, la minaccia delle riforme come vendetta, hanno alienato al centro-destra, aldilà dei sondaggi del Cavaliere, simpatie elettorali fino a ieri consolidate.
In molti temono che non abbia più la serenità necessaria per affrontare con il dovuto distacco le cose di governo.
Sarebbe il momento giusto per lanciare al Paese una proposta credibile in grado di rassicurare i cittadini contro le ire di un Silvio sempre più furioso e scomposto.
Ma di questa ipotesi politica oggi non si scorge traccia e senza di essa Berlusconi governerà fino all’ultimo dei suoi giorni.
Ma un duplice obiettivo questo congresso lo può ancora cogliere e, allo stato delle cose, sarebbe pure importante.
Per primo quello di un recupero di autonomia da certi gruppi editoriali che di questi tempi si sono trasformati in veri e propri partiti con la pretesa di dettare a tutti la linea e poi quello di una rottura netta, inequivocabile e decisa da alcune pessime frequentazioni cui il PD ci ha abituato: Mi riferisco a Di Pietro, Travaglio, Santoro e compagnia cantando.
Chi vincerà le primarie del PD ? mi ha chiesto l’altro giorno un amico.
Non so’ gli ho risposto.
“Se in politica c’è ancora una logica dovrebbe essere Bersani il vincitore”
Dei tre è sicuramente il più solido e il più credibile. Possiede tutte le doti che fanno di un uomo un dirigente politico capace ed attento, ma la logica……….. Staremo a vedere.


Non potendolo votare ho tifato per Barack Obama. Ho seguito sulla CNN gran parte della sua campagna elettorale. Mi sono tenuto aggiornato sui tanti sondaggi; ho temuto per quelli negativi, ho gioito per quelli positivi. Mi piaceva quel ragazzo nero, parlava agli americani del mondo di sogni e di speranza. Nelle sue parole sentivo echeggiare i temi della mia America, quella che ho amato, quella di Martin Luther king, di John Fitzgerald Kennedy e dei suoi fratelli, l’ultimo dei quali, Ted, il vecchio leone, ci ha lasciato qualche settimana fa. L’America di Bob Dylan e di JOAN BAEZ, l’America delle grandi adunate giovanili pacifiste, l’America del sogno e della speranza, l’America delle pari opportunità per tutti. L’America dei grandi valori, l’America che dava uno schiaffo alle discriminazioni e si avviava verso nuove frontiere di libertà. In Obama ho visto nitido e distinto il filo rosso che lega il suo presente a quel passato e a quella cultura.
Lo testimonia la determinazione con cui sta affrontando la sua battaglia più difficile, quella della riforma sanitaria. Mi sembra incredibile, ma nella più grande democrazia del Mondo, oltre 60 milioni di donne, uomini, bambini e anziani ne sono sprovvisti e si vedono costretti ad affidare al destino il loro futuro. Le resistenze che sta affrontando sono molte e particolarmente agguerrite. Vengono dai grandi cartelli assicurativi, che con le loro polizze garantiscono l’accesso alle strutture sanitarie, ma anche, incredibilmente, dalla pancia profonda di quell’America che teme di vedere gravati i propri stipendi da una tassa in più.
Obama non è di certo un socialista, nemmeno nell’accezione più moderna del termine, ma sta cercando con tutte le sue forze di introdurre negli USA un concetto nuovo: quello della solidarietà.
Se vincerà la sua battaglia, Obama non solo potrà andare fiero per gli effetti concreti che sortirà, ma anche e soprattutto perché avrà vinto una grande battaglia di civiltà. Ma proprio in tema di solidarietà da Obama è giunta in questi giorni una grande delusione.
Il Presidente Americano non riceverà il Dalai Lama in visita negli USA, lasciando l’incombenza a Nancy Pelosi, speaker del congresso e grande sostenitrice della causa tibetana. Sono abbastanza vecchio per capire le ragioni di Stato e quelle della real politik. Il Presidente Americano a novembre si recherà in Cina. Al centro dei colloqui Iran e Corea. Il tentativo di portare dalla sua dirigenti cinesi, di bloccare l’insensata e pericolosa corsa all’armamento nucleare dei due Paesi. Noto che l’apparato cinese vede il Dalai Lama come fumo negli occhi ed Obama non vuole irritarlo. Ritiene troppo alta la posta in gioco per farlo. Lo capisco, ma non lo giustifico. Il suo carisma, quello che si è conquistato fra i giovani americani lo vorrebbero più intransigente sui temi della pace e della libertà, cui ha dedicato gran parte della sua campagna elettorale.
Lo vorrebbero, in questo caso, meno accondiscendente agli umori dei governanti di un Paese che riassume in sé tutti gli aspetti più deteriori del comunismo e del capitalismo. Ed io che più giovane non sono lo vorrei come lo vorrebbero loro.


E’ un piccolo centro alla moda, una sorta di Cortina italiana, sperduto tra le Ande argentine. Tre ore di aereo da Buenos Aires. Una mezza eternità in auto, tra strade asfaltate e “proute” ancora bianche e sassose, sperse in un deserto di arbusti che occupa l’intero orizzonte .
Il viaggiatore che vi fa visita teme di avere all’improvviso perduto clamorosamente la via o di essere in preda a strane allucinazioni, di essere partito per la Patagonia e di ritrovarsi in Tirolo.
Casette in legno con tetti spioventi, guglia del campanile della chiesa a sfiorare il cielo, insegne spesso in tedesco, arredamenti dei locali e degli alberghi in puro stile alemanno con tanto di fastidiosi orologi a cucù appesi alle pareti. Una ragione al perché di questo spicchio di Germania dall’altra parte del mondo c’è.
Alla fine dell’ottocento e i primi del novecento una piccola comunità di emigrati tedeschi si concentrò qui e volle mantenere la memoria dei propri luoghi costruendo un villaggio in armonia con le forme della tradizione.
Nell’immediatezza della fine del secondo conflitto mondiale vi si aggiunse un bel numero di criminali nazisti, di tedeschi per bene o presunti tali, di figure a vario titolo compromessi con il regime Hitleriano.
Molti, se non tutti, avevano qualcosa da nascondere alle polizie alleate.
Più facile sottrarvisi facendo perdere le proprie tracce dall’altra parte del mondo, in uno dei luoghi al tempo meno accessibili offerti dal pianeta.
Quì si rifuggiarono Eichmann e per molti anni Mengele finchè non sentì farsi troppo caldo sul collo il fiato del Mossad e decise di cambiare aria.
Qui soltanto qualche anno fa fu arrestato Priebke il boia delle Ardeatine.
Aveva quasi novant’anni e da cinquanta viveva lì indisturbato. Che i gerarchi nazisti avessero la protezione del dittatore argentino Juan Peron è fuori discussione. Che altri si avvalessero di passaporti diplomatici della Croce Rossa e della Santa Sede lo si dice al alta voce ma nessuno è in grado di spiegare come siano arrivati in tanti, contemporaneamente e nello stesso luogo.
Una equipe di studiosi americani sta investigando in questi mesi su una nuova tesi. I criminali sfuggiti al processo di Norimberga avrebbero raggiunto la Patagonia a bordo di una decina di sommergibili. Solo sei sarebbero riusciti nell’intento.
Quattro si sarebbero arenati sottocosta per cause sconosciute, probabilmente per insidiosità del fondale. Trattenendo con sè i corpi dei gerarchi nazisti di cui non si è saputo più nulla.
Qualcuno, tra gli Studiosi, si spinge a dire che potrebbero perfino contenere le spoglie di Hitler e di Eva Braun. L’ipotesi però lascia scettici molti.
Gli studiosi hanno chiesto di poter consultare gli archivi argentini di quegli anni per verificare la propria tesi e per far finalmente luce su una vicenda che risale ormai a sessanta e passa anni fa.
Alla loro cortese richiesta si sono sentiti opporre un’altrettanta cortese “non possumus”: Segreto di Stato.
Ma quanti anni dovremo aspettare per sapere in realtà come sono andate le cose, per conoscere i fatti, le circostanze, le connivenze?
Intanto a Bariloche, non fosse che per limiti anagrafici di Nazisti “storici” non ci sono più, ma ogni anno “Deutschland Deutschland über alles si continua a festeggiare il compleanno del Führer


Sono in molti che da anni si scolano denunciando una situazione che tra il disinteresse generale rischia di farsi ogni giorno più insostenibile.
Primo fra tutti proprio lui, il capo della protezione civile più pronta ed efficiente del mondo Guido Bertolaso. Lui, Lega ambiente ed importanti scienziati come Mario Tozzi, quest’ultimo con l’ausilio delle immagini di una bella trasmissione televisiva, continuano a ricordarci, un giorno sì e l’altro pure, che da nord a sud l’intera Italia rischia di sbriciolarsi nel dissesto del territorio figlio dell’abusivismo, della cementificazione selvaggia, del mal governo del territorio, dell’incuria, dei non controlli, dell’abbandono e della sciatteria amministrativa.
Predicano nel deserto.
Le loro parole si perdono nel disinteresse generale. Tutti quelli che dovrebbero fanno finta di ascoltarle ma se ne dimenticano presto.
E così si continua ad alimentare la cultura dell’illegalità, quell’Italia improbabile e provvisoria che disprezza le regole e che considera chi li rispetta poco meno di un coglione.
Quell’Italia che tra un condono ed una sanatoria sa comunque di farla franca.
Su questa cultura del non rispetto e dell’abbandono si è continuato a costruire le cose più inverosimili nelle zone più incredibili: dall’alveo dei torrenti ai pendii delle colline ad evidente rischio di frana.
E’ nell’Italia della cultura dell’illegalità è bastato un temporale, intenso quanto si vuole, ma non catarrina, per spazzare via alcuni centri dell’hinterland di Messina provocando 22 moti e una trentina di dispersi. Bilancio per questo destinato tragicamente ad aumentare.
Una tragedia annunciata.
Dopo l’alluvione del 2007, che non aveva miracolosamente causato vittime, tutti sapevano che al primo fortunale da quella collina completamente disboscata, cementificata e ferita da altri insensati interventi dell’uomo sarebbe scesa una massa di fango e di detriti che avrebbe sommerso, come purtroppo è avvenuto, nelle loro case.
Non bisognava aver compiuto approfonditi studi di geologia per rendersene conto. Ma nonostante la minaccia fosse così evidente nessuno ha fatto niente per mettere in sicurezza quei pendii a così alto rischio.
Le varie promesse ed i rispettivi obblighi Istituzionali sono stati elusi.
Da quelle parti il Governo, la regione Sicilia, La provincia di Messina non si sono mai fatti vedere.
Adesso è il tempo del cordoglio non delle polemiche. Ma a questa elementare norma di rispetto verso le vittime non tutti si attengono.
Il rimpallo delle responsabilità è già iniziato.
Il Ministro per le Politiche Ambientali Stefania Prestigiacomo in un’intervista al Corriere della Sera risponde irritata che Lei per interventi di ripristino ambientale ha a disposizione soltanto 50milioni di euro per quest’anno e zero per i prossimi. Punta invece il dito sulla regione Sicilia che avrebbe dovuto fare quello che non ha fatto.
Il presidente di quest’ultima, Lombardo, è l’unico al mondo che attribuisce le responsabilità di quanto è accaduto alla violenza di un temporale. Niente abusivismo, niente cementificazione, niente disprezzo del territorio.
Ma annuncia poi di fronte alle telecamere, la faccia contrita di circostanza che la Giunta regionale ha stanziato 20miliardi per far fronte agli effetti dell’emergenza provocata dal disastro e per mettere in sicurezza l’intera zona.
Ma doveva proprio aspettare che si verificasse una strage per farlo?
In questo bel Paese non paga mai nessuno.
Vorrei invece che al termine di questa tragedia venissero appurate le responsabilità per omissioni tanto evidenti e ciascuno fosse chiamato a risponderne e vorrei anche che il Governo facesse sue le parole del Capo dello Stato nel rifuggire dalla tentazione delle opere faraoniche, prima fra tutte il ponte sullo stretto per dedicare tempo e risorse al ripristino e alla cura del territorio prima che sia troppo tardi.
Sarebbe anche un contributo importante all’occupazione, ma soprattutto rappresenterebbe un segnale forte per l’affermazione di una nuova cultura e la diffusione di nuove, moderne e più civili consapevolezze. Ma temo, disilluso da tante precedenti esperienze che non avverrà e tutto si risolverà come se niente fosse stato.


E così pare proprio vero, il Milan si appresta a passare di mano.
Le indiscreszioni sull’operazione erano uscite a metà settembre e sotto traccia, tra conferme a mezza voce e non troppe dure smentite, sono proseguite sino ad oggi disegnando il vero scenario del futuro della società di via Turati.
Rivela il Riformista, in edicola ieri, che secondo fonti molto accreditate la Fininvest, che detiene il 100% del pacchetto azionario della Scoietà Rossonera ne avrebbe ceduto il 40% ai titoli Sovrani Libici BanK of Libian, Libia Investment, Libian Foreign Bank .
Gli stessi istituti già presenti con una quota che sfiora il 5% in Unicredit. Gheddafi.
Che il disimpegno del Cavaliere dal calcio fosse nell’aria lo si era capito durante il calcio mercato. Alla vendita di KaKà non aveva fatto seguito nulla di importante sul piano degli acquisti per sostituire il fuori classe brasiliano e mantenere alta la competitività della squadra. Un’operazione per far cassa dunque, niente di più.
Ma quello che aveva destato dubbi negli osservatori più attenti e meglio informati, era stata la decisione di congelare il progetto per la realizzazione del nuovo stadio Rossonero;
Un’operazione da oltre 300miliardi, annunciata e poi lasciata cadere.
Né il Premier, né Galliani ne hanno mai più parlato.
Sono in molti a sostenere che alla decisione del Cavaliere abbia contribuito in modo determinante il pressing dei figli.
Da tempo ostili all’impegno della famiglia in un campo tanto costoso e stanchi di ripianare anno dopo anno i bilanci della società Rossonera, soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando.
Il percorso che Berlusconi e Gheddafi avrebbero stabilito per il riassetto societario sarà graduale.
Entro cinque anni il ras Libico avrà il controllo della maggioranza del pacchetto azionario e si aprirà così una nuova stagione nella storia di una tra le squadre più blasonate e vincenti al mondo.
Alla fine della fiera tutti contenti .
Berlusconi avrà il tempo di rilanciare con l’immissioni di capitali Libici questo Milan brutto e scalcinato, Mohammar Gheddafi coronerà il sogno a lungo coltivato di entrare fra i gota del calcio mondiale, la prole berlusconiana si libererà del peso di un Milan considerato una vera palla al piede.
I tifosi?
A loro non resta che attendere tempi migliori, sperando che finisca presto la nottata.
Resta su tutto questo un dubbio, almeno per me, pesante come un macigno.
Ma proprio Gheddafi, per quello che è stato e in larga misura continua ad essere, Berlusconi doveva scegliere per dare un futuro al suo Milan?
E’ vero “pecunia non olet” , ma di certe frequentazioni la gente perbene fa volentieri a meno.

Nata a Roma, aveva scelto Bologna come città d'adozione. Era la fondatrice e la presidente del Movimento identità delle persone transessuali e transgender (Mit) ed è stata la prima transessuale a diventare consigliere comunale a Bologna. Ci ha lasciato da poche ore, dopo un vita spesa in prima fila nelle battaglie per i diritti civili e per rendere la città più vivibile ed inclusiva. Bologna non la dimenticherà. 



