Walter Tobagi ed il giornalismo autentico

Il 18 marzo 2010 avrebbe compiuto 63 anni Walter Tobagi. Giornalista.
Tobagi venne vilmente ucciso, nel 1980, a Milano, dal gruppo terroristico brigata XVIII marzo, cellula di estrema sinistra vicina alle Brigate Rosse, in circostanze, purtroppo, ancora avvolte nell’oscuro mistero, comune a tanti fatti della storia patria.
Da giornalista, Tobagi, aveva deciso di seguire una linea propria, ragionata, non urlata, un atteggiamento volto verso la comprensione di decisivi fenomeni politici, come il movimento giovanile, di cui fu uno dei più attenti osservatori; od economici e sindacali, con un occhio clinico alla ricerca dei profondi cambiamenti avvenuti in Italia dopo le lotte sindacali degli anni ’60 e le crisi del decennio successivo. Seguì in maniera sistematica l’evoluzione del terrorismo in Italia, la sua insensata violenza ed arrivò talmente vicino ad indagare i legami fra terrorismo ed una certa parte del mondo giornalistico, che ne rimase ucciso. Ucciso da una verità di cui si era sempre dichiarato cercatore, non portatore.
Tobagi era socialista, era anche craxiano e ciò non lo rese mai simpatico ad alcuni ambienti del giornalismo italiano, che ieri come oggi, era legato ad interessi politici ed economici. Potentati che mutavano con i decenni, ma rimanevano padroni di un certo modo di fare informazione, non intesa nel senso più nobile del termine, ma in quello più abbietto, quello personalistico. La trasversalità dell’informazione italiana che col passare del tempo cambia referenti ma rimane irreggimentata e, ogni qualvolta se ne presenta l’occasione, pronta a condurre campagne medianiche senza sosta, senza contraddittorio, spessissimo senza verità. E’ l’annoso problema della libera informazione in Italia, che troppe volte è confusa con la libera diffamazione; si tratta, dunque, di un problema che non riguarda l’assenza di libertà informativa nel nostro paese, quella c’è e non saranno i finti martiri di ogni schieramento a farmi cambiare idea, ma è la questione ad essere capovolta: NON MANCANZA DI LIBERA STAMPA MA DI STAMPA LIBERA ed è ben differente, guardando i proprietari dei gruppi editoriali dei principali quotidiani italiani è facile accorgersene.
Ma la moralità, se così la vogliamo chiamare, non la si può obbligare, e nemmeno invocare, la questione è molto più “semplice”, si tratta di rispetto delle regole e di non mentire, poi ipocritamente fingendosi dei paladini della libertà. L’economia e la politica, necessariamente, influenzano l’informazione ed è utopico pensare di cambiare questo stato di fatto, il problema è il pluralismo che, quantomeno nel servizio pubblico, è ignorato a favore del circolo vizioso dell’attacco personale e della menzogna politica. Sono necessarie REGOLE CERTE.
Tobagi queste cose le sapeva, ma avrebbe anche fatto a meno di saperle, perché possedeva una merce rara qui da noi, la mentalità giornalistica: una vita dedicata al suo lavoro. E’ anche grazie al sacrificio di “umili lavoratori” come lui se l’Italia non è, nuovamente, sprofondata nel baratro della dittatura, perché negli anni ’70 il problema non era da poco, era un paese intero, politica compresa, che lottava strenuamente per mantenersi democratico e sconfiggere l’eversione fomentata dall’estero e dall’interno; il terrorismo, l’opposto del socialismo e della cristianità di Tobagi. La sua era la LOTTA DELLA RAGIONE CONTRO LA FORZA BRUTA, che si può comprendere pienamente in questo pensiero dello stesso Tobagi: « … al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io avverto molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani (…) per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi mutamento, miglioramento nei comportamenti collettivi. »
Il riformismo sincero di Tobagi è l’arma sempre vincente per cercare di capire e provare a sanare le ferite, passate e future, del nostro paese
Faini Fabio
Giovani Socialisti Rimini
Nata a Roma, aveva scelto Bologna come città d'adozione. Era la fondatrice e la presidente del Movimento identità delle persone transessuali e transgender (Mit) ed è stata la prima transessuale a diventare consigliere comunale a Bologna. Ci ha lasciato da poche ore, dopo un vita spesa in prima fila nelle battaglie per i diritti civili e per rendere la città più vivibile ed inclusiva. Bologna non la dimenticherà. 



